Afghan Whigs “In Spades”: In scena con un nuovo album alternative rock! | (Review: Nòleg)

in spades

Gli  Afghan Whigs tornano in scena con IN SPADES, un nuovo album alternative rock (l’ottavo per essere precisi) diverso dal solito, caratterizzato da uno stile particolarmente elegante.

La band, con una carriera che vede gli inizi nel lontano 1986 nello stato americano dell’Ohio, si sciolse nel 2001 per poi tornare insieme, a grande sorpresa, nel 2011 sotto la storica etichetta Sub Pop. Mantennero una pausa discografica fino al 2014, anno in cui uscì Do To The Beast, album che segna la rinascita musicale per la band. L’eccezionale trio, Greg Dulli, Rick McCollum e John Curkey, ha quindi dato inizio ad una perfetta continuazione del nuovo corso degli Afghan Whigs.

In Spades” si presenta con un’illustrazione di copertina eccellente a tema con il disco. I testi trattano problematiche come morte, violenza, amore, fuga dall’appartenenza ed evasione dalla realtà, temi paralleli ai lavori degli ultimi anni.

Il disco presenta 10 tracce per una durata totale di circa 36 minuti, degni di un’atmosfera scura, accattivante e rock, curata nei dettagli grazie ad un’amalgamazione di rock-dance, soul, funk e R&B; il tutto è enfatizzato dai fantastici glissati di Greg.

La prima traccia, “Birdland“, apre in modo impeccabile l’album creando la giusta atmosfera (quasi come fosse una presentazione). Immerge l’ascoltatore in un insieme di cori, archi e violini accompagnati dalla particolare voce di Greg Dulli e sollevando attimi di vera classe musicale.

Segue “Arabian Heights“, il brano che preferisco di più del disco. E’ caratterizzato da un sound molto più rock-dance, in cui ho percepito tante delle grandi capacità musicali della band.

Demon In Profile” e “Oriole” sono uno spettacolo estremamente inquietante e provocatorio riguardo la misteriosa vendita dell’anima al diavolo per fama e fortuna. Mi hanno reso l’ascolto un po’ “faticoso”, perché li ho trovati più spenti rispetto ai pezzi precedenti.

Seguono poi brani, quali “Toy Automatic“, “The Spell” e “Copernicus“, pieni di strumentali esplosive, emotivamente ricche e tinte di un sound rock che definirei “adagio” e “coinvolgente” allo stesso tempo. E’ tipico degli Afghan Whigs, che si affidano alla fiducia dell’oscuro signore e di tutte le sue macabre sfaccettature presenti nella realtà: il poco senso della vita e la finta strada che percorriamo, la bugia dell’amore, la sofferenza e l’inesistente goduria che ci accompagna fino al giorno della morte.

Il disco continua con “Light As A Feather“, che mi ha colpito particolarmente per la sua orecchiabilità. Un mix di dance-rock e accenti funky che riprendono la loro triste tematica della vita.

E’ ora il turno di “I Got Lost“, il brano “lullaby” dell’album. Intriso di magia musicale, regala un’energia liberatoria e triste.

Il disco termina con “Into The Floor“, un capolavoro! Non potevano eseguire una chiusura migliore! Riesce a creare un ambiente tetro, dando spazio ad un’eruzione emotiva e utilizzando strumenti dai suoni più classici per il giusto rock. Un pianoforte, una chitarra acustica arpeggiata e suoni di sottofondo creano la colonna vertebrale del brano, accompagnata da lunghe note di chitarra elettrica dal suono distorto e stridulo che colmano gli spazi vuoti. Sembra quasi un riassunto sonoro dei pezzi precedenti.

In conclusione, che dire? E’ un valido album per gli amanti dell’alternative… da acquistare a occhi chiusi!
E’ un disco che, a parere personale, va ascoltato attentamente per cogliere a pieno tutte le sue sensuali piccolezze.
Gli Afghan Whings, nella creazione di quest’album, hanno mirato, riuscendoci, a far sentire all’ascoltatore una certa ricchezza ed energia emotiva. Sono riusciti a regalare momenti di intensità con atmosfere liberatorie, scure e nervose, facendoci, oltretutto, riflettere sui demoni presenti dentro di noi… perché i veri demoni, quelli che cerchiamo di evitare, siamo semplicemente noi stessi e nessun altro… siamo succubi della nostra stessa mente.

Voto: 7

Nòleg

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