Afraid Of Destiny: un personale viaggio psicofisico in “Agony” | (review: Marco Durst)

Afraid Of Destiny

La musica: a volte se ascoltata al momento giusto e nel posto opportuno riesce a muovere delle corde situate nell’anima, riesce a gestire i sentimenti e provocare un allucinogeno trip psicofisico; forse destino, forse sorte, ma questa band mi è capitata tra le mani nel momento perfetto per poterla comprendere a fondo: sto parlando degli Afraid Of Destiny. La band Atmospheric/Depressive Black Metal italiana fondata da Adimere, nasce nel 2013 ‘con lo scopo di mostrare i peggiori sentimenti di cui l’uomo soffre, mostrandoli da un punto di vista il più personale possibile’. Dando vita a vari demo, split, singoli e full length, la band arriva nel 2017 con “Agony”: un album che, senza giri di parole, personalmente ho fatto mio: ritmiche che riescono ad entrare nel profondo, seguite da riff e bassi pieni di emotività, elargita da un vocal possente, vero, puro. Un viaggio nei meandri del nostro io più nascosto, tramite sonorità profonde in grado di illuminare queste tenebre. Ora vi racconterò il mio viaggio.

Si chiudono gli occhi davanti a “Intro”, che funge da soglia per il mondo oscuro che risiede in ognuno di noi; un ambient orchestrale mi prende per mano e mi accompagna tra le mie tenebre, ascoltando le urla della mia emotività.

Varco lentamente la porta del mio essere, dove ad attendermi c’è “A Journey Into Nothingness (part 1)”: l’acido riff penetra nella mia mente nel contempo in cui la ritmica lenta e lineare scava nel mio profondo; la penetrante voce del frontman mi tende la mano, e camminando tra le desolate vie di queste sonorità, mi narra il viaggio in questo oscuro universo.

Non si interrompe il filo nero che lega la prima track a “A Journey Into Nothingness (part 2)”, tenendo in piedi un orazione elegantemente tetra; mi mostra la sua accuratezza nei dettagli, nei riff e nelle incommensurabili percussioni, che rendono il mio viaggio più morbido in questo mondo.

Mi arrampico su questa montagna di pensieri, dove la pioggia dell’ipersensibilità lascia cicatrici profonde sul mio animo, accompagnato dalle altisonanti note di “Rain, Scars, and the Climb”: arpeggi leggiadri mi mostrano un fascio di luce al quale aggrapparmi, tenendo per mano un solo che apre a eccezionali ritmiche depressive black, contornando questo mondo per 11:21 minuti di pura grazia sonora.

Giunge lentamente l’autunno in questo cosmo di pensieri, elargito dalla soave “Autumn Equinox”: il cielo velato dalla vaporosa voce dell’oscurità ombreggia il mio cuore, mentre un profondo basso continua a penetrare fino in fondo, incoraggiato dalle pelli di un ipnotico drummer e un caliginoso ambient.

La negatività del mio animo viene sviscerata da “Hatred Towards Myself”, mostrando la sua fosca eleganza, resa tale dalle perfette sonorità di un sound marcato, ben delineato, che si accinge a prendere il dominio della mia base, governandola a suo piacimento: un elisir sonoro privo di eguali.

L’enorme insegna con luce fioca mi compare davanti, con su scritto “Into The Darkness”: mi guardo intorno e l’oscurità mi pervade, mi rapisce, penetra nel mio IO con un black metal degno della sua fama, con strutture ferree e sensazionali, contornate da una chitarra egregia, che dipinge il quadro di un ambient cupo eccezionale.

Il respiro si blocca, comincio a correre verso una speranza, spinto dalla carica sonora di “Sweet Illness Of Mine (Lifelover cover)”, che con la sua ritmica molto Metal Dark Wave mi inietta adrenalina a sufficienza per muovermi in questo universo musicale; traccia meravigliosa, unica nel suo genere.

Improvvisamente la luce mi attanaglia, le tenebre scompaiono e mi trovo disteso sul manto erboso con “Silence”: un minuto di silenzio, privo di qualsiasi suono, una track vuota che descrive il sollievo dopo il dolore; un minuto per me stesso.

Chiudo gli occhi con “Outro” nelle orecchie, ripensando al mio oscuro viaggio spirituale, alle emozioni che provo e che forse continuerò a provare, alle sensazioni che pervadono me stesso; un epilogo acustico che racchiude una storia terminata ma senza fine, un disegno completato ma mai pieno, una vita interminabile.

Ragazzi, credetemi, questo viaggio è pura realtà. Tramite il loro sound e la loro musica, gli Afraid Of Destiny riescono a muovere molto nel nostro profondo; non sono una black metal band qualunque: con “Agony” sono riusciti a mostrare la purezza tramite le vibrazioni, sono riusciti a togliere la patina che offusca i nostri occhi per riuscire a vedere meglio cosa c’è nel profondo. Un album ricco, straripante di pura emotività, oltre che a sonorità eccezionali e degne di nota; una band che, a parer mio, verrà valorizzata alla grande.

 

MARCO DURST

9/10

 

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