Damned Pilots: il viaggio tra le sonorità di “Overgalaxy” | (review: Marco Durst)

Damned Pilots

Tra cumuli di stelle, infinite galassie e universi paralleli viaggia la nave steampunk dei Damned Pilots, un gruppo formato da quattro energici elementi che decide di partire, in viaggio verso l’infinito cosmo sonoro: al volante della sfrecciante navicella abbiamo Sgt. Ote (lead vocal, guitar), seguito da un adrenalinica ciurma spaziale formata da Willer HZ (guitar), Enrico Apostoli (bass) e Don Nutz (drum); i quattro ragazzi triestini possiedono già armoniose radici ben salde alle spalle, tra tour europei e intercontinentali, un EP ed un album. Ed oggi, dopo un attesa non eccessivamente lunga, gli astronauti del suono si cimentano in un’altra avventura chiamata “Overgalaxy”: un viaggio musicale tra i meandri di uno spazio infinito, ricco di accattivanti scenografie e ineguagliabili strutture colme di puro sound metal. Ecco a voi il diario di bordo!

Torre di controllo, qui Damned Pilots che scaldano i reattori con un “Intro” accattivante, colma di spirito, che incuriosisce l’ascoltatore tramite una ritmica lenta ma ben definita che leva lentamente il sipario da terra.

3…2…1…Si decolla con gli adrenalinici riff introduttivi di “Damned Pilots” che fanno da poker d’assi, prima che il basso e le percussioni intervengano sfoderando la loro scala reale, vincendo questa partita sonora.

Arriva il momento di oltrepassare il muro dell’atmosfera, e la band lo fa con uno stoner/doom metal raffinato, avanzando a testa alta con “The Season Of Endings”: la sovrana struttura sonora viene incredibilmente contornata dalla voce di un frontman che riesce a centrarsi in questo quadro sonoro; un armonizzazione completa che accompagna degnamente l’intero pezzo.

Le stelle si fanno più vicine agli occhi dei viaggiatori spaziali, il buio si espande, ed emergono le prime influenze black metal con “Desert Europe”: un pezzo alquanto corposo in low tempo, che grazie alla velocità ridotta riesce ad infilarsi sotto la pelle dell’ascoltatore, nel contempo in cui la voce metallica del frontman spiana la via.

L’equipaggio spegne i motori per godersi il panorama, e con esso si attenua il fuoco del black metal, soffocato dalla fresca ballata “Just Another Day”: il cielo stellato, contornato dalla soave voce del capitano, è il disegno che la band ci mostra; Una passeggiata sul manto erboso di un pezzo idilliacamente leggero, accarezzato dalla brezza di un suono pulito e sincero.

Un possente ammasso roccioso, formato da puro doom metal e chiamato “Gorguss”, colpisce la navicella, scaraventandola in un universo musicale colmo di movimento; ritmiche lente e ben evidenziate accompagnano l’ascoltatore tra le sonorità definite della band, degne di un ottimo doom pop che illumina la via verso l’infinito strumentale.

Il preparato equipaggio non si fa prendere dal panico, riacquistando il controllo della nave e ripartendo energicamente con l’accattivante “Hell Is Cold”: un pezzo profondamente heavy, dai roventi riff e giri di basso mordenti, con una ritmica che colora la base dell’intera track, facendo headbangare l’ascoltatore completamente estasiato da tale imponenza sonora.

Si rallenta di nuovo per ammirare quest’universo sonoro, toccando di nuovo il paradiso ai primi accenni di “People Don’t Lie”: una ballad acustica egregiamente composta, che scorre fluidamente nell’anima dell’ascoltatore; una voce di un eleganza unica, molto southern, che emana vibrazioni positive accompagnate dai leggiadri arpeggi di una signora chitarra.

L’equipaggio si prepara per varcare la soglia di un varco spazio/temporale. E voi siete pronti ad un tuffo nel passato con “Sylvanic”? Molto bene, varchiamo questa soglia! Torniamo indietro nel tempo con un metal molto anni ’90, con riff classici ma possenti, che riportano alla mente tanti di quei ricordi musicali da far commuovere; la struttura di questa track è unica, priva di stempiature e imperfezioni, ricca di scenografia e pura adrenalina; a parer mio, il pezzo migliore dell’album.

La navicella continua il suo percorso tra gli infiniti spazi dell’universo, lasciandoci con l’ultima track dell’album “M.O.S.”, completamente in noise, con chiari tocchi di chitarra prolungati da effetti unici, che dipingono un fantasioso effetto metallico nella mente dell’ascoltatore, trasportandolo nuovamente sulla terra.

Come ben sappiamo, i Damned Pilots non sono VERI atronauti o pirati della galassia, ma grazie a “Overgalaxy” sono riusciti comunque a suscitare questo effetto afrodisiaco, alquanto realistico, tanto da trasportare il loro pubblico in questo viaggio sonoro privo di eguali; La band è riuscita non solo a farci perdere tra le loro soavi note, ma anche a disegnare un percorso sonoro estremamente lucido, ben realizzato: una mappa musicale che porta verso il cuore dell’album.

 

MARCO DURST

8.5/10

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