Linkin Park “Meteora”: “Gran Finessè” | (Review: Wolf89)

Linkin Park Meteora review

Dopo aver acceso un’altra Marlboro Touch, iniziamo la recensione di questo album in “Gran Finessè”, come diceva Neffa.
Siamo nel 2003 e una gemma spunta dal cemento…sono i Linkin Park, che nel 2002 aprono le danze con “Reanimation” e solo un anno dopo pubblicano il disco che mi appresto a recensire con emozione.
Il disco in questione è “Meteora“, album che segnerà il mondo musicale dando una forma ben definita al genere Alternative Rock, lasciando, anche, un sentore ben marcato di Rap Rock Elettronico.

Il tutto inizia con “Foreword“, una piccola Intro che ricorda la notte, i vagoni e i writer che scappano dai suoni di una volante.

Successivamente, esplode nelle orecchie “Don’t Stay“, canzone dai toni marcati, che evoca il ricordo di una donna, l’ira di essere cambiato per lei e il pensiero che alla fine niente deve modellare il nostro essere… canzone che, citando Chester, contiene un “Alone” liberatorio pieno di incertezze.
“Alone”, a mio parere, è una parola molto azzeccata, perché fa comprendere pienamente che tale disco è basato sulle incertezze giovanili e sulle paure che man’mano crescono in noi.

Subito dopo “Don’t Stay”,  la hit del 2003 passa nelle mie orecchie…”Somewhere I belong” delinea perfettamente ciò che ho citato prima: le paure che vengono in mente giorno dopo giorno, le ore passate su un letto a chiedersi perché non troviamo la via di fuga necessaria,  il dolore che continua a infilarci chiodi nella spina dorsale e il triste malessere che ci incatena ad incertezze troppo pesanti. Tutto ciò nel ritornello  crea un tornado, Chester ti trascina alla ricerca di una libertà che vaga da qualche parte in un altro universo.

Lying From You“… la repressione che diventa un’arma a doppio taglio… la voce di Mike che delinea un ragazzo conscio e capace di sfruttare la furia che lo circonda…Chester, il triste sconfitto, che si crogiola nella furia che lo flagella. Due voci e una sola medaglia che colpisce il bersaglio e ci apre le porte verso l’antistress del continuo essere visti come capri espiatori.

Quest’album è tutto un miscuglio di stanze piene di specchi, ma lo è, sopratutto, “Hit the floor“. Sono specchi che delineano la mente, specchi che circondano, restringono, assillano, confondono e creano dubbi su dubbi; specchi che vorresti infrangere per poi bruciare, ma la sai anche tu la leggenda dell’araba fenice, è inutile che te la stia a raccontare… convivici.

Convivici: ecco il giusto termine per “Easier to run” canzone che a mio parere è la migliore di tutto l’album.
Chiudi gli occhi e ascolta Chester: egli sente il suo labirinto lontano anni luce ma ancora dentro l’anima, e, come un testamento, canta ad anima aperta tutto il dolore che lo circondò.
Scusatemi, ma qui non può che scattare la scintilla che allinea la mia anima alla sua…scintilla che mi fa capire che quegli specchi non vanno infranti, ma osservati e modellati affinché ci si rispecchi senza paure; qualche sbavatura nell’immagine rimarrà, ma, alla fine, solo cadendo nel baratro della depressione, dell’alcool o delle droghe si riesce a tirare fuori l’anima. Ne frattempo, la voce di Mike risuona in sottofondo e ti dice semplicemente “Ricorda”.

Siamo a “Faint“. Ci trasmette un’infinito senso di evasione… ma da cosa? Dal continuo degrado dovuto ai vizi? Da situazioni familiari al limite? No, a parer’mio; il non accettarsi è qualcosa che rimane dentro…ecco cosa indica tale canzone.

Figure 09“, invece, è il classico rosario di avvisi: un rosario citato in nome di paure bloccate dalla parte sana della mente.
Sensazioni frenate che si fanno sempre più presenti, più pesanti e capaci di pervadere tutto l’album sempre e comunque.

Si arriva alla numero 09 e “Breaking the Habit” si aggiudica la medaglia d’argento. E’ una canzone che si riferisce alla tossicodipendenza e all’alcolismo di Chester, un inno allo STOP, una canzone capace di prenderti e farti immaginare una notte nera dove il limite è stato superato davanti ad un tavolo pieno di cocaina e bottiglie ricoperte di stagnola; una canzone cruda, dura e devastante, capace di dare voce ai troppi disagiati che sono usciti dal tunnel e hanno spiegato le ali verso una nuova droga: il vivere.

Parlando di inni, “From the Inside“, riesce a farci rendere conto della falsità che ci circonda, quella che tanti, troppi conoscenti hanno verso i nostri confronti. Anche qui Chester è riuscito a far bingo e ad andare verso il centro da 100 punti: abbiamo una canzone che parte con calma e che poi devasta il creato. Devasta, con una linea ampia di solitudine e nevrosi tenuta dentro, scaraventandosi nei confronti di chi ti vede come carta igienica.

Nobody’s Listening“: la summa per eccellenza di tutti i mali che un giovane affronta giorno dopo giorno tradotta in inglese. Semplice, no? E, nonostante possiate pensare che sia stato troppo veloce ed affrettato nel chiudere la recensione, penso davvero che questa canzone sia la ciliegina sulla torta. E’ una canzone che riassume le 13 tracce perfettamente, poiché, analizzando bene, a mio parere, “Session” è una base per chiudere in bellezza, mentre “Numb” è un addio che fa concepire una semplice cosa, ovvero che i Linkin Park da allora non sono più gli stessi e lo sapete benissimo anche voi.

See you later… Wolf89

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